IL FUTURO CHE NON C'E' (seconda parte)

Dalla "fine della storia" di Fukuyama all'odierno futuro che non c'è.
Non molti anni addietro (meno di un ventennio) Fukuyama proclamò con decisione "la fine della storia", partendo da alcune sue osservazioni indiscutibili: diminuzione del capitale sociale delle culture occidentali; deterioramento morale causato da un estremo individualismo; indebolimento della famiglia e diminuzione delle nascite; aumento della criminalità; aumento della disoccupazione, dovuta soprattutto alla chiusura di molte industrie; radicale cambiamento dei rapporti interpersonali. Oggi, dopo nemmeno vent'anni non viviamo esattamente la stessa cosa di allora, ma in una dimensione in cui manca quasi del tutto la proiezione verso il futuribile, verso il divenire. Se vincessimo la paura sarebbe più preciso parlare di "fine del futuro", una parola quest'ultima che oggi fa paura e che percepiamo come sempre più imprevedibile e difficile da programmare. Possiamo evidenziare che "progettare", "programmare" e "imprevedibilità" quanto siano sinonimi di umanità: una dimensione che sfugge costantemente al calcolo razionale, alla programmazione e organizzazione derivante anche dall'idea di ordine politico. Siamo un continuo divenire. Un divenire diverso che rifiuta le logiche consuete per muoversi modificandosi anche nel suo movimento, l'obiettivo viene aggiornato, cambia per il mutamento delle circostanze, ma il percorso e il tendere verso una meta, sono vita e scopo dell'umano.  Dobbiamo riscoprire sia la sociologia che la filosofia per comprendere quello che siamo e quello che ci sta accadendo, capire meglio cosa è l'uomo oggi, cosa deve essere la sociologia, cosa la filosofia e cosa deve fare la politica, tutti devono impegnarsi in queste direzioni se si vuole tornare a pensare al futuro, senza che esso ci terrorizzi. Continua...