LA SCUOLA DISUMANA, I NOSTRI AGUZZINI ERANO "NORMALI"

La scuola disumana, i nostri aguzzini erano "normali".

Accade che alcuni miei giovanissimi colleghi, molto critici con noi sessantottini troppo anarchici, mi chiedono con frequenza e curiosità, come è stata la mia educazione e di che stoffa erano fatti, i miei educatori che io di solito, nei ragionamenti, oso chiamare «aguzzini». Spiego che il termine aguzzini allude ai miei insegnanti delle elementari, ma anche a personaggi carismatici che nel paese erano presi ad esempio. Questo induce chi mi ascolta a pensieri impropri: fa pensare a individui distorti, nati male, sadici, affetti da un vizio d’origine, vittime di imbonitori, vittime di credi coercitivi. Invece sbagliano grosso erano fatti della nostra stessa stoffa, o meglio dello stesso tessuto culturale della mia famiglia, dei miei vicini, delle famiglie dei miei compagni di scuola, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi, di quella cultura contadina che ancora oggi qualcuno rimpiange e che invece io volevo morta già 50 anni fà. Salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male sia a scuola, sia nell'esercito, sia all'interno di discipline partitiche. Erano militanti fascisti (i post fascisti in Italia non sono mai esistiti se non nella propaganda dei media), erano militanti comunisti, erano un misto delle due cose, erano baciapile democristiani, erano in massima parte gregari e funzionari rozzi, ma diligenti delatori di paese. Alcuni fanaticamente convinti fascisti che salvavano il mondo dai comunisti e ferventi fanatici comunisti che salvavano l'Italia dai fascisti e democristiani. Esistevano diverse varianti ma per noi c'era solo e sempre disciplina. Una coercizione così grossolana e pericolosa tale che alle dodici, quando suonava la campanella, due di noi si facevano la pipì addosso perché percependo l'ora di uscita oramai prossima, gli tornava in mente anche la certezza che a casa li attendevano insulti, calci e schiaffi da padri e madri che usavano le mani anche senza avere un perché. Al centro di questa onnipotenza diffusa c'era il prestigio della famiglia. Nel buon nome della famiglia gli adulti diventavano una vera milizia, e più essa era ferrea e onnipotente e più gli sembrava l'unico strumento per sfuggire alle difficoltà quotidiane, salvarsi dalla povertà diffusa. Ancora oggi in Italia nelle zone dove il familismo è più forte, più pesante è l'ignoranza. Non era un caso che a Forano, popolo di troppi fascismi, tutti bevevano, tutti erano cacciatori, tutti bastonavano i cani per addestrarli e i figli per farli diventare ubbidienti. Chi non era un foranese così becero, lo è facilmente diventato, ha accettato e ben accolto la rispolverata figura romana, al tempo dei consoli, del "pater familias" (presa come esempio nel ventennio), un padre che poteva disporre delle vite di moglie e figli senza che ricevesse critiche nel caso la sua violenza portasse morte o mutilazioni. All’inizio, subito dopo la guerra, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, i metodi educativi fascisti furono accettati da tutti e tenuti ben in spolvero dalle istituzioni scolastiche. Per noi ragazzi fu vita difficile, ma anche per padri e madri fuori da quegli schemi. Essi, compresa la mia famiglia, si vietavano vita pubblica nelle principali ricorrenze festive, non frequentavano bar e luoghi di ritrovo perché temevano il giudizio degli altri. Il loro timore era che non picchiando i propri figli, perché odiavano ogni forma di violenza, gli veniva cucita addosso una nomea di essere poco severi e quindi di produrre disordine sociale nel paesello di Forano, dove il disordine era congenito e l'ignoranza inalterata da secoli. Ancora oggi, nell'ameno paese della valle del Tevere,  nell'anno 2020, vive e prospera la "cultura contadina"  senza contadini: il familismo è coercitivo, la scolarità bassa, e l'ignoranza prospera come sempre. Sopra: uno scorcio della valle del Tevere dove sorge Forano Sabino.