PIAZZA SAN COSIMATO ROMA, 22 GENNAIO 1980

P.za San Cosimato Roma, 22 gennaio 1980
<<Oggi ci arrestano>>!!! Gridò Angela mentre saliva le scale di via Gramsci verso le aule di Architettura. Siamo in tanti a salire le scale in quella mattina fredda di una Roma più sorniona del solito, tanti e frettolosi come se in aula ci aspettasse qualcosa di speciale. Angela era una signora che qualche giorno addietro mi aveva salvato dai manganelli della Celere a piazza San Cosimato durante un "intervento" in cui mi ero trovato per caso, abitando a 100 metri da lì in via Bertani. Mi aprì il portone del condominio materno e feci appena in tempo a sfuggire alla polizia,  anche se non avevo fatto nulla e non erano certamente li per me, qualche bastonata l'avrei presa comunque. Così funzionava nella Roma di allora, se eri nel momento sbagliato nel posto sbagliato potevi lasciarci la pelle. E comunque farsi salvare da una compagna di aula era stata davvero una coincidenza e soprattutto era la prima di tante altre sorprese, ma qui voglio parlare di Angela e basta. Il suo oggi ci arrestano non aveva motivazioni politiche ma di attrazione sessuale potentissima e lei pericolosa come poche. L'avevo ribattezzata: Buona Dea, per le sue stravaganze e soprattutto per le sue origini borghesi romane e in memoria della "buona dea" dei romani che stava a significare dea della castità a cui nel 400 a.c. gli fu stato dedicato un tempio. Chiamarla così mi piaceva molto e il mio gusto del paradosso, anche se meno esigente di oggi, era soddisfattissimo. Lei non conosceva l'origine del nomignolo che gli avevo attribuito, ma Buona Dea gli piaceva molto lo trovava azzeccatissimo, era bella, vivace e ed esuberante. La mattina arrivava in aula presto e mentre ti metteva le braccia al collo era solita dire: <<sono davvero la tua dea?>> Non era male per cominciare la giornata. Era moglie di un notaio romano molto stimato con cui aveva avuto una bambina, Silvietta, che adorava e due o tre volte a lezione gliela vidi in braccio sorretta da una fascia legata al collo come usano le mamme africane di Mogadiscio. La sua espressione preferita era <<molto decoroso>> e usava parole in scioltezza che riguardavano un gusto per l'estetica notevole, come <<il vero - il buono - il bello ecc.>>, le usava con la frequenza di chi non ne può fare a meno o forse perché la "rappresentavano" nei gusti o nelle fantasie più forti. Ciò che meglio soddisfaceva il suo bisogno di ideali era l'immagine di un'esistenza agiata ma poco pacifica, incline com'era a "mettersi contro" verso tutto e chiunque non rispondesse ai suoi cinici canoni di appartenenza politica o di gusti. Una vera indole da borghese rivoluzionaria, come tante sue amiche che abitavano ai Parioli, quartiere top romano, e che avevano frequentato l'Istituto d'arte di via Ripetta per poi trasferirsi in massa ad Architettura. Ed eccola li nel mucchio chiassoso di studenti vestita di costosi stracci lunghi come per nascondere un'avvenenza davvero straordinaria. Aveva un marito con molti anni più di lei e un grosso difetto: quello di eccitarsi facilmente tanto da ripetere spesso <<non indurmi in tentazioni>>, sia con me che con altri. Non era affatto volgare o invadente o "libidinosa" che, per i romani ha insito qualcosa di poco stabile e anche di poco pulito, ma era semplicemente sensuale, con frequenti stati di forte turbamento, una specie di malanno tipo la sudorazione eccessiva, o il rossore alle guance ecc., era evidentemente una disposizione innata, e lei non poteva farci nulla. Avermi conosociuto in quelle circostanze a dir poco rocambolesche in San Cosimato, aveva stimolato molto la sua fantasia, fui io la prima vittima di una passione che cominciò con un certo fastidio per la sua esuberanza per mutarsi, dopo un intenso periodo di lotta, in qualcosa di inquietante e proibito, per poi proseguire per anni in un gioco alternato tra peccato e fedeltà coniugale, tra peccato e rimorso. Mentre tutti la trattavano come cretina, di solito gli uomini così trattano le donne smaniose, io avevo imparato a rispettarla e a difendermi. Gli "assegnavo" una dose di libertà giornaliere, confezionandogli un decalogo di regole, e sostituendomi al marito come compito protettivo verso una moglie che era non certamente facile da contenere e figurarsi per un uomo incapace di capirne i desideri. La conseguenza di questo fu che Buona Dea iniziò a condurre una vita doppia. Divenne una specie di cittadino modello, capace, colto, irreprensibile, onesto di giorno, ma la notte il più farbutto dei borsaioli. Di pomeriggio moglie e madre responsabile, spesso bimba al collo e marito a fianco nella gelateria di Pza Euclide e di mattina architetto affermata, scatenata cacciatrice, femmina esuberante pur rispettosa delle regole che gli avevo imposto anche con una certa crudeltà. Per anni tra noi si stabilizzò una specie di vita parallela che permise a Buona Dea di conservare la sua ottima e agiata figura di moglie e per me l'ebbrezza di un legame fantasioso in un periodo di grande fervore politico e di creatività giornalistica. Spesso la mattina anche se lontano da Roma ero io a dire: <<Oggi ci arrestano>>, era il mio modo affettuoso di pensare a Buona Dea.