SCRIVERE? COSI' FAN TUTTI

Scrivere? Così fan tutti.

In Italia scrivono tutti. Soprattutto romanzi, ma a volte ho la sensazione che ci siano uno o due scrittori veri che scrivono per se stessi e anche per quelli falsi. Così come al cinema la Scuola romana di recitazione ha imposto come nazionale un linguaggio romano/italiota uguale per tutti, registi, sceneggiatori, doppiatori, attori e attrici (lo "strascinato del dialetto romano" che diventa italiano corretto), tanto da farmi porre la domanda: perché un brianzolo e un veneto vanno al cinema e guardano la Tv di stato?  Qui, tornando agli scrittori, la domanda è un'altra: perché continuiamo a leggere gli attuali scrittori italiani che sono tutti uguali? O meglio, perché ci viene la sensazione di argomenti abusati, di contenuti reiterati, caduchi o precari? L’ideale per uno scrittore è riuscire a essere nello stesso tempo attuale e universale. Per far questo deve lavorare con idee il più possibile durature o al contrario, come abbiamo visto per le commediole italiane di qualche decennio dietro, ricorrere a un uso abbondante di rimandi extratestuali, ed è proprio questo che rende ogni romanzo effimero. Ogni lavoro, pur se curato, diventa leggibile solo nell'immediato. Perché, ai tempi dell'impero del web, tutto cambia così rapidamente da rendere ogni cosa decifrabile solo a caldo. Chi oggi, è in grado di comprendere il linguaggio della Pop Art? Chi quello del cinema della Nouvelle vague? Entrambi, ricchi del lessico allora contemporaneo, oggi alle nuove generazioni risultano indecifrabili. Quando parliamo di extratestualità dobbiamo mettere al primo posto le necessità sociali, politiche ed ideogiche ovvero,  l'urgenza di quel lavoro, la tempestività di quel testo. Sorvoliamo poi sui titoli che vorrebbero essere "tecnologici" o che hanno la pretesa di trattare l'impatto sociale delle questioni del web, questi sono vivi tre settimane al massimo, alla quarta sono già soppiantati da qualche novità emergente e radicale. Meglio l'arte. Il romanzo storico è fallimentare, esso si abbandona al sentimento geometrico della verità o della manomissione di essa, dove le logiche del potere, le sue metafore e i suoi "monumenti" (palazzi, chiese, grattacieli, ecc.) sono "l'inevitabile" dello scrittore, allo stesso modo del visitatore a Roma che non potrà mai escludere dal suo tour la visita al Colosseo. Anche l’arte non sempre è più alta nelle nazioni con maggiori urgenze sociali e politiche. Dove regna una dittatura l’artista non può fare a meno di cercare la libertà, e questo è il suo prezzo da pagare: deve togliere energie alla creatività per indirizzarle sull'urgenza. Le cose peggiori dei grandi e famosissimi artisti del passato le hanno realizzate per l'urgenza di vincere la fame. Davano troppo ascolto al "pregiato"  committente ed ecco che oggi nei musei ci tocca vedere dipinti di madonne grassocce e bambinelli paffuti, d'altra parte tutti teniamo famiglia. Oggi gli editori pagano poco e, per fare cassa, ci danno un prodotto "commerciale" che significa: meglio ricavare poco con certezza, che rischiare per nulla. Anche gli scrittori tengono famiglia ed ecco che il non osare, il non rischiare diventano atteggiamenti obbligati. Con l'uccisione di cinema e teatro da parte del Covid 19 siamo oramai alla frutta. La cultura è solo quella degenerata della Tv. Per avere di nuovo qualità in ogni forma d'arte, soprattutto in quelle più appetibili a grosse fasce sociali, occorre attendere tempi migliori. Con questo non voglio affatto offendere una categoria, quella degli scrittori che si impegna anche molto, ma devo dire che oggi scrivere è un mestiere difficile. Tutti gli autori dovrebbero essere agnostici, ciechi, sordi e cambiare atteggiamento verso il web. Devono starne assolutamente lontani: niente Twitter, niente Facebok, ogni piattaforma social è un pozzo nero senza fine di inconvenienti, di immagini, e di questioni marginali che li ci appaiono fondamentali. Senza questa distanza resterebbero confusi, accecati da problemi sociali troppo potenti e non potrebbero più andare alla radice dei fenomeni che viviamo. In fondo Kafka è riuscito a raccontarci l'alienazione dell'uomo contemporaneo senza mai usare questo termine.