STORIE DI CLERO E FASCISMO IN SABINA. (Silvio aveva 10 anni)

Storie di clero e fascismo della Sabina. (Silvio aveva 10 anni)
(i nomi sono tutti di fantasia)

Il padre e la madre di Silvio stavano poco bene. Il direttore del suo collegio telegrafò ad alcuni parenti romani e andò a trovarlo il nonno, che poi tornò subito a Roma. Lui non andava daccordo né con il padre né con la madre di Silvio, ma era un vecchio militare in pensione con medagliere ricco da fascita fedele e feroce e per questo dava dell'incapace al figlio perché non sapeva  farsi raccomandare per un buon lavoro. Fu proprio il nonno a convincere don Edoardo a far raccomandare il ragazzo per quel collegio di preti. Silvio non riusciva a starci li dentro. La malattia del padre lo fece restare in collegio anche in agosto ed era solo e arrabbiato,  perché gli altri ragazzi erano andati a casa loro e i preti lo trattavano differentemente, temevano che non ci fosse più nessuno che pagasse per lui.
Uno dei preti voleva che Silvio diventasse sacerdote, <<Sei intelligente>> gli diceva spesso. Nei mesi successivi, tornati gli altri ragazzi, ogni volta che succedevano disordini nel collegio, volevano sapere da Silvio il nome di quelli che facevano disordine. Questo perché non poteva pagare, e dicevano che doveva ricompensarli in qualche modo. Ma lui non voleva fare la spia, e neanche voleva fare prete. Così loro lo punivano, e Silvio commetteva sempre nuove mancanze. Il padre guarì, e ripreso il coraggio di vivere, riportò Silvio a casa. Lo trovò magrissimo e un po' denutrito, e quando andò a prederlo e lo aspettava fuori dall'androne, lo vide contorcersi dal dolore in pancia , era la felicità che gli era esplosa dentro. All'inizio dell'anno scolastico, in prima media, lo vedemmo sedere nel banco in seconda fila, era silenzioso, taciturno come se fosse attento a non farsi sfuggire quel posto meraviglioso insieme a noi, si sentiva già come noi. Il padre trovò un lavoro come bracciante, in una di quelle grosse proprietà agricole della Sabina "acquistate" dai gerarchetti che si erano arricchiti facendo i delatori del regime. Un possedimento agricolo dove i proprietari non erano coltivatori capaci e chi comandava era un fattore, "Armandone" fascista anche lui, che godeva di grande fiducia perché sapeva "far lavorare" la gente, ovvero comandava e tutti silenzio, altrimenti li cacciava senza scrupoli. Un giorno Filippo, il padre di Silvio fu cacciato, perse il lavoro. Cosa era successo? Armando il fattore aveva parcheggiato la "Piccola Fiat", un trattore a ruote di trenta cavalli, leggermente in discesa e mal frenato, il trattorino iniziò a scendere e finì, quasi a pezzi addosso al tronco di una vecchissima quercia. Armando, per nascondere la sua negligenza, incolpò Filippo e lo licenziò in tronco. Silvio ebbe quasi a morire e gli tornarono in mente i preti, il collegio, e soprattutto don Edoardo, molto amico di Armando, che aveva una soluzione per tutto e tutti ma le sue soluzioni creavano più dolore che vita. Gestiva un potere enorme sorretto proprio da quei fascisti di paese, a cui lui restituiva i debiti di guerra, ovvero i favori e i privilegi che loro gli avevano riservato durante il ventennio. La DC (Democrazia Cristiana) fondata da don Sturzo era nata per quello, per restituire privilegi ai privilegi, e governerà l'Italia fino al 1990 (fino ai tempi di mani pulite). Per questo in Italia il fascismo è sempre vivo e prospera. Una mattina, di qualche mese dopo, Armando esce con il fucile da caccia e il pointer da riporto, andò verso il Tevere a starne, non si è mai saputo cosa sia successo di preciso, ma partì un colpo dal suo fucile, (mentre lo caricava, dissero i carabinieri), che gli massacrò collo e spalla e morì all'ospedale di Magliano Sabina subito dopo ricoverato. Filippo fu indagato per omicidio, ma nonostante don Edoardo avesse spinto in ogni modo per l'arresto, due paesani testimoniarono la sua presenza al bar proprio nell'ora della tragedia. Silvio quella mattina era mancato da scuola per la prima volta dopo mesi e mesi di presenza continua, nessuno pensò a lui, troppo timido e "invisibile" dagli altri, io ancora oggi cerco di capire come fece a "suicidare" quel mascalzone dell'Armando, un omone di oltre cento chili, ho sempre sentito che era stato lui, gli vedevo un sorrisetto nuovo, appena accennato di chi era felice, contento di se. Oggi Silvio è un bravo impiegato postale, e quel sorrisetto beffardo lo ha ancora oggi ed è la prima persona, non di famiglia, che vado a salutare ogni volta scendo in Sabina. Che questo accaduto sia vero lo penso solo io, ma non ha importanza mi piace pensare così. Ho raccontato tutto ciò perché Linkedin mi ha "raccomandato" il 67esimo compleanno del mio preferito compagno di classe, e questo è il mio "regalo" con affetto e sono certo che leggerà, mi critica puntuale tutto quello che scrivo.  Sopra: la valle del Tevere