UN FATTO SOCIALE E UN VECCHIO VIZIO DELLA POLITICA ITALIANA

Un fatto sociale e un vecchio vizio della politica italiana.
 
La pandemia globale che si è abbattuta in maniera feroce sull’Italia, modificando inequivocabilmente lo stile di vita di ognuno di noi in questi mesi, divenendo di fatto un vero e proprio “fatto sociale totale”, come avrebbe detto Umberto Eco. Accade, che pur fenomeno esterno all’individuo, ha un potere di coercizione talmente alto che quest’ultimo non può esserne completamente indifferente. Il passato lockdown ha messo in difficoltà economiche quasi tutti, le mascherine si, ma esiste un vero rifiuto di una nuova chiusura che danneggerebbe ulteriormente noi stremati italiani. Oggi a fine novembre, viviamo una situazione arrivata al limite nonostante si sapesse la pericolosità di una seconda ondata che richiedeva piani di sicurezza precisi,  e investimenti diversi. La protesta in questo circostanza può essere definita un fatto sociale, e quello di Napoli, un fatto sociale impressionante. L'annuncio repentino di una nuova chiusura totale in Campania ha colto tutti alla sprovvista e ciò ha fatto degenerare il già presente malcontento della gente verso una vera esasperazione. Occorre capire, in Campania è difficile vivere in condizioni normali figuriamoci con una pandemia. E' un territorio con oltre centomila denunce l'anno (delle mancate denunce esistono stime elevate), con un sovraffollamento delle carceri impressionante, e una sanità assolutamente insufficiente, e questo circuito: condizioni avverse per il virus, povertà ancora più elevata per chi è già povero, criminalità in aumento, diventa drammatico. Se vogliamo capire la gravità delle proteste dei giorni scorsi, dobbiamo vederle da una prospettiva quanto più ampia possibile, i fatti di venerdì vanno analizzati in rapporto al contesto politico in cui sono inseriti, alle decisioni che non sono state adottate, alle misure di assistenza che anche questa volta risultano promesse ma non pervenute. La Tv di Stato parla della camorra, dei sindaci sotto i riflettori, dei neofascisti, ma credo che l'interrogativo da porsi è sulle reali condizioni e le motivazioni che hanno portato la gente in piazza. I fattori spingenti, che risultano centrali, stanno nella fisionomia del nostro sistema economico e politico e le contraddizioni insite nelle dinamiche del nascente conflitto sociale. E l'atteggiamento della classe politca nei confronti dei manifestanti? L’intero panorama politico, liberale e istituzionale, da destra a sinistra, si è limitato a condannare i fatti di Napoli senza neanche provare a comprenderne le motivazioni. Questo comportamento discriminatorio è tipico delle analisi su fatti e soggetti che in Italia esulano dal raggio di interesse della classe dominante. Accade sempre, più frequentemente, con solerzia e in maniera inosservata dai media. Il riduzionismo a priori portando il discorso sul vandalismo è un atteggiamento classista ai danni di chi versa drammaticamente sui lati larghi della nostra piramide sociale. Dire anche che i manifestanti sono manovrati dalla camorra, è un'evidente esclusione sociale di ampi gruppi di cittadini. Quello di portare la contestazione all'interno della stessa area della criminalità è un vizio antico dell'italianità politica, somiglia a quando negli anni Settanta il movimento studentesco e le proteste operaie furono assimilate di fatto a un apparato terroristico. A quel terrorismo che ancora oggi nessuno è in grado di accertare del tutto estraneo alla parte dominante politica di allora, i sospetti che fu un apparato dello Stato a produrlo e finanziarlo, sono ancora fortissimi. Continua...